L’arte è inutile (adesso)

I segni che l’arte lascia nella realtà non sono immediatamente percepibili, perché sono tracciati nel futuro

Abituati a dare un valore puramente economico alle cose, è difficile se non impossibile darne uno anche all’arte. Esiste un mercato dell’arte ma non è a questo che faccio riferimento: quel mercato è una particolare rappresentazione dell’arte nel momento presente, è un tentativo di valutarla in termini economici e rozzi, o non appartenenti al suo linguaggio.

Per questo è più interessante non parlare di valore ma di utilità (che è poi, anch’essa, un valore) dell’arte. A cosa serve insomma l’arte? A far vedere il futuro, perché gli artisti sono i soli che lo sanno vedere. Che poi questa sia un’utilità o meno è relativo: di certo è una qualità unica, di cui nessun’altra previsione o scienza umana sono capaci.

Se non si crede a questa capacità dell’arte basti pensare a quanti libri, film, quadri, visioni artistiche abbiano anticipato i tempi e non siano state al loro tempo capite: ovvio, erano in largo anticipo.

Dell’arte contemporanea ho sentito dire a un critico americano di cui ora non ricordo il nome che incideva poco sulla realtà, che in fondo vivesse in una dimensione avulsa e che ciò la relegasse a essere intesa da pochi, come un linguaggio parlato da poche persone. Credo che sia vero ma in parte: in realtà non decide e orienta il dibattito ma lo influenza, anche se sotto mentite spoglie: viene assorbita e modificata in altri linguaggi, perdendo l’immagine dell’origine (non si capisce più che viene da quel tipo di linguaggio contemporaneo ma dà forma a certi linguaggi più popolari e comprensibili come la musica o la pubblicità, persino la comunicazione e il marketing, per esempio).

Oggi il ruolo sociale dell’arte è cambiato e la sua definizione non è più la stessa, per esempio, del Rinascimento. In altre epoche non era idealizzata e tenuta a debita distanza come oggi: il suo ruolo era quello di esaltare le classi egemoni e di comunicare e divulgare (attraverso i simboli, le religioni e le conoscenze). Era un’arte più al servizio di un linguaggio, di un pensiero. Ora è arte autoreferenziale, che non ha un’esigenza chiara e un fine ma è più che altro sperimentazione, analisi, forse scienza, per quanto di scientifico (spesso) non abbia niente. Lo è perché esplora, mentre una volta l’arte era al servizio di qualcosa o qualcuno (del potere), oggi lo è solo di se stessa (e dell’uomo).

Eppure nella sua autoreferenzialità riesce a potenziare il suo momento e a viaggiare nel tempo. Parla più direttamente all’uomo perché parla dell’uomo e non di Dio o del potere. Il paradosso è che il registro dell’arte contemporanea è riferito a se stessa mentre indaga l’uomo e il suo futuro e non più Dio o un’astrazione. Nel farlo è però, spesso, più incomprensibile perché non usa più il simbolo o il mito (Dio, appunto) ma l’uomo stesso. È come se l’uomo avesse spiegato fino a un certo punto (cioè fino alla fine del 1800 e all’inizio della crisi delle scienze) il suo senso e quello della vita attraverso le storie e poi avesse distrutto le fondamenta di questo discorso, arrivando a se stesso e tentando di spiegarsi.

L’arte sta ancora facendolo e inevitabilmente fatica: è come se i computer che ci sono familiari improvvisamente parlassero solo con il loro linguaggio di base o si esprimessero solo in termini binari. Senza icone, figure e simboli (metafore e storie che rimandano ad altro, alludendovi) non riusciremmo più a capirli.

Non penso che l’arte contemporanea sia incomprensibile: penso che non sia ancora comprensibile. Non penso che non sia utile: penso che non lo sia ancora.

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Architect, photographer, illustrator, writer. L’Indice Totale, The Fluxus and I Love Podcasts, co-founder @ RunLovers | -> http://www.martinopietropoli.com

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Martino Pietropoli

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