C’è una qualità di questa foto che è pittorica, e non è voluta dal suo autore, cioè da me. Io non ho fatto altro che inquadrare e scattare ma il resto l’ha fatto l’iPhone. C’è che per permetterti di realizzare una foto in condizioni di scarsissima illuminazione ne scatta una serie e poi le compone insieme, aggiungendo luce dove e come può, e poi mettendo tutto assieme attraverso calcoli e operazioni. La cosa non mi stupisce: il processore lo può fare, istruito bene lo fa ancora meglio.

La cosa che invece mi stupisce è un’altra, o forse sono due. Una è visiva e l’altra è più filosofica.

Quella visiva è che chiunque ne sappia un po’ di fotografia digitale e di immagini processate sa che un sensore coglie anche il più tenue bagliore, a discapito però della qualità. In altre parole: più vedi, meno vedi, o meno definitamente vedi, ecco, sarebbe meglio dire così. C’è una giustizia in questa estensione del dominio della tecnica: se vuoi vedere ciò che l’occhio umano non può vedere la macchina ti aiuterà, ma a discapito della definizione dell’immagine.

Quando questa carenza di definizione si traduce però in un’immagine pittorica ove l’indefinito – più che infastidire l’occhio – lo sfida a integrare e immaginare, allora accade un piccolo miracolo. È come aver dipinto un olio senza aver toccato pennello e, anzi, avendo lasciato che a farlo fosse un processore.

Si ottengono foto che hanno la definizione di un quadro, o l’indefinitezza dello stesso, che è poi quella di un assolato pomeriggio d’estate, o di una brumosa mattina d’inverno.

Le trovo immagini più piacevoli ed eloquenti, perché parlano per sottrazione più che per addizione: comunicano più per quel che non ti dicono che per quel che rendono esplicito.

Filosoficamente poi questo occhio elettronico è un acceleratore del nostro occhio, di quello umano. Potremmo vedere quasi come un sensore digitale e poi con tutto il codice che lo sostiene ed elabora ciò che ha registrato: basterebbe abituare gli occhi a farlo, indugiare su una scena buia lasciando che questi si abituino, che vedano dettagli che solo il tempo lascia vedere, che integrino eventualmente con la mente. Basterebbe avere il tempo di poter indugiare in piedi o seduti, guardando quell’orizzonte.

Le macchine fotografiche che abbiamo in tasca comprimono questo tempo: inquadriamo e catturiamo una scena che avremmo vista solo guardando, aspettando, abituando gli occhi al buio. E che sarebbe poi rimasta solo nella mente.

Come in molte altre cose della vita, i cellulari accelerano il tempo, ne catturano brandelli e li conservano nelle loro silicee memorie, ce ne restituiscono immagini.

È giusto che queste siano sgranate, indefinite, morbide e pittoriche: sono quelle che abbiamo in testa, o che avremmo in testa, se ci fossimo fermati a guardare quell’orizzonte e quel mare per qualche minuto, forse per qualche frazione di ora.

Avremmo fatto molti pensieri, forse. Sarebbe stato un esercizio di meditazione. Avremmo visto con la mente più che con gli occhi e il senso di queste parole è che andava restituito un senso a quel tempo risparmiato.

O ricordato, come avrebbe detto o suonato Bill Evans. Quella non era un’immagine ma un tempo, o l’immagine del tempo. Ricordato.

Architect, photographer, illustrator, writer. L’Indice Totale, The Fluxus and I Love Podcasts, co-founder @ RunLovers | -> http://www.martinopietropoli.com

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